Affermazione forte? Certo che lo è, ma noi sappiamo che il tuo libro scritto con l’AI fa schifo e siamo pronte a spiegarti il perché e ad aiutarti a risolvere il pasticcio in cui ti trovi.
L’entusiasmo non basta
Come i primi automobilisti guidavano con entusiasmo su strade sterrate, senza segnaletica, senza regole e finivano spesso per schiantarsi contro persone, carrozze e animali, ora ci stiamo schiantando contro un pericolo fatto di testi brutti, tutti uguali e privi di contenuti.
È fondamentale essere aggiornati sulle nuove tecnologie e imparare a utilizzarle e padroneggiarle al meglio per il proprio vantaggio. Detto questo, è anche necessario riconoscerne i limiti e sapere in quale punto da strumento di supporto diventano un rischio controproducente. Non è nostra intenzione entrare nel merito di ogni settore o sentenziare su utilizzi che non conosciamo appieno, ma siamo sicure di quello che diciamo per quanto riguarda il nostro settore, in cui siamo esperte e autorevoli: la scrittura.
“L’intelligenza artificiale scrive testi corretti e scorrevoli, ma da sola non crea romanzi di grande valore letterario. I testi generati interamente dall’IA risultano spesso ripetitivi, prevedibili e privi di una vera voce emotiva o originale. Diventa invece un ottimo strumento di supporto se guidata da un autore umano.”
Questa definizione è data dalla stessa Gemini, intelligenza artificiale di Google, e sintetizza correttamente il concetto che desideriamo sviscerare con te. Negli ultimi anni abbiamo lavorato insieme a moltissimi autori che hanno deciso di scrivere con l’ausilio dell’intelligenza artificiale.
Già dal 2023 ci sono stati presentati i primi manoscritti elaborati interamente con l’IA. I testi erano formalmente accettabili. Sintassi, grammatica, forme complesse: era già tutto efficace con qualche errore qua e là, ma contenuti di scarsa qualità, concetti ridondanti, descrizioni infarcite di termini pomposi, metafore surreali e piattezza emotiva, tutto in testi sintetici e anonimi.
Paradossalmente era più difficile allora riconoscere un testo scritto con l’AI rispetto a quelli elaborati oggi: ci sembrava solamente che l’autore… scrivesse male!
Poi a velocità esponenziale le capacità di apprendimento dell’IA sono migliorate: gli errori si riducevano, le frasi diventavano più complesse e i testi più lunghi. Gli autori stessi hanno imparato a scrivere prompt più chiari ed efficaci, l’AI (a pagamento) apprende e riconosce lo stile dell’autore. Un miglioramento? Per chi cerca scorciatoie e non guarda al risultato, sì.
Ma i testi diventano sempre più artificiosi e lontani dalla scrittura umana.
Come mai?
L’Intelligenza artificiale non è in grado di riprodurre l’unicità dell’imperfezione umana.
Esatto, il tuo libro perfetto… fa schifo.
Un esercizio manieristico di metafore potenti (aggettivo che chi scrive con l’AI dovrebbe conoscere fino alla nausea), concetti complessi raccontati con parole comprensibili ma vuote, scene perfette e sempre molto simili tra loro. Sono contenuti vuoti, al lettore non rimane nulla di queste parole evanescenti e si ritrova dopo la lettura affaticato, confuso e senza aver assimilato nulla (se non un vago senso di noia).
Invece un testo imperfetto ma ricco di realtà, vivo della voce del suo autore, dove ritrovarsi in una scena di vita reale descritta come la vedremmo e non pompata da metafore assurde e artificiose, ci rimane dentro, ci invoglia a proseguire la lettura e a riflettere, anche dopo aver chiuso il libro.
Performance e perfezione
Pensiamo sempre erroneamente che chi decide di scrivere con l’intelligenza artificiale lo faccia per pigrizia: poche ore davanti al pc e ha tra le mani un libro di 200 pagine pronto per la stampa. Noi lo abbiamo creduto fermamente per un po’, poi abbiamo parlato con gli autori che usano l’IA per scrivere i propri testi.
C’è una piccola percentuale che effettivamente crede di essere “il più furbo” creando un libro apparentemente valido con “minima spesa massima resa” (giusto l’abbonamento alla versione Pro di qualche IA generativa), ma per la maggior parte degli autori si tratta principalmente del timore di non essere all’altezza davanti a un progetto che richiede di mettersi in gioco.
Scrivere di propria mano un libro ci obbliga a vedere i nostri limiti e affrontarli.
Mi manca un’informazione per il contesto? Devo fare ricerca e creare un’ambientazione verosimile.
Ho difficoltà a scrivere frasi complesse? Devo riesumare da qualche scatolone il manuale di grammatica delle scuole oppure leggere di più.
Devo sbilanciarmi ed esprimere un’opinione forte? Non posso tirarmi indietro e devo prendere una posizione che rimarrà nero su bianco.
Perciò davanti a tutte queste sfide (e moltissime altre) un interlocutore neutro, anzi accomodante e rassicurante come l’intelligenza artificiale, aiuta ad approcciarsi nella sicurezza della propria zona di comfort alla scrittura.
Non è nostra intenzione puntare il dito su questi comportamenti, anzi riconosciamo e condividiamo appieno la difficoltà di rischiare, mettersi in gioco e sbagliare di questi tempi. Ci sentiamo sempre di più sotto osservazione, dobbiamo essere performanti e multitasking, l’errore non è un ostacolo o un intoppo o un’occasione di crescita: è un fallimento. La nostra vita digitale poi ci fa apparire tutti gli altri perfetti, mentre di noi stessi vediamo solo le debolezze.
Cambi idea su un argomento? Sei incoerente.
Sei stanco e vuoi riposare? Fai bene, ma intanto io non mi fermo da due anni perché sono migliore di te.
Fai solo uno sport? Io ne faccio due.
Hai un lavoro stabile e appagante? Sei bloccato mentre gli altri continuano a fare corsi e collezionare master.
Qualsiasi scelta prendi sembra sbagliata e questa facilità di confronto ti blocca e ti rende difficilissimo esporti.
Scrivere: un dovere civico e morale
Allora trasformiamo anche il desiderio di scrivere un libro nell’ennesimo progetto performativo che deve raggiungere solo un risultato: la perfezione.
Meglio giocare in difesa che fallire, con uno strumento che garantisce un ottimo risultato (apparente).
Ma niente di bello e di buono si realizza senza fatica e senza una sfida con se stessi. Quello che davvero rende un libro bello e memorabile (che sia un romanzo, una biografia o un manuale) è sentire pienamente la narrazione, anche se con lacune, difetti o contenuti “scomodi”. Il politically correct non è adatto all’editoria.
Come puoi superare questa impasse?
Senza giri di parole è nel nostro interesse suggerirti di affidarti a noi. Insieme riprenderemo in mano la tua idea e, o che sia attraverso un editing o attraverso un ghost writing, faremo emergere la tua voce nella sua bellissima e umana imperfezione.
Ma in questa sede non ci interessa accalappiare clienti. Questo articolo non è scritto con strategie SEO o AI Optimization, non ti chiediamo di contattarci e non ti tentiamo con consulenze gratuite, ricchi premi e cotillon.
Questa riflessione per noi ha i tratti del Manifesto. Vogliamo prima di tutto farti capire che non serve a niente, né a te né ai tuoi lettori, pubblicare un libro solo per toglierti un sassolino. Se vuoi farlo devi impegnarti e costruire un progetto valido e interessante. L’AI può accelerare le fasi di ricerca, supportarti con brevi brainstorming, ma non sostituirà mai la tua unicità, anche se può apprendere da te. Mettiti in gioco, confrontati, parla, discuti e ascolta persone reali. E scrivi un libro brutto ma vero. Perché se sarai il primo a non dare valore a quello che hai da dire, di certo non lo faranno gli altri per te.
